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poesia italiana e varia letteratura a cura di Conversazione0

Temi di scuola - Tema 1

 


 

TEMA 1

Descrivi il paese o la città in cui sei nato e/o cresciuto. Cosa significa per te vivere in questo luogo? Quali credi che siano i suoi lati positivi e quelli negativi? Unisci nella descrizione gli elementi soggettivi e oggettivi.

 

Il mondo è vecchio, amico mio! E tu dirai che, certo, ce ne sono di più vecchi – e di gran lunga! A oggi, sono conosciuti quattromilacento pianeti extrasolari in tremilacinquantacinque sistemi planetari di cui seicentosassantancinque multipli. Non saranno tutti più vecchi della terra, ma i candidati mi sembrano, a oggi, parecchi.

Il mondo è vecchio. E io sono assai pulzello, se mi ci confronto: e tu addirittura infante. Forse persino, ancora, lallante ed io a malapena balbuziente – che parla come un grande.

Questo mi dicevano in famiglia quando avevo a malapena un anno: “parla come un grande”. C’ho messo meno a imparare a parlare che a camminare e, a occhio e croce per come mi sono andate le cose della vita, non era un buon segno. Ma che ti devo dire: il convento passava questo. Certo, molte cose della mia primissima infanzia me le hanno raccontate, ma molte ne ricordo direttamente – e devono essere importanti perché in generale ho una memoria pessima.

“Parla come un grande” me lo ricordo direttamente, ed era la mia nonna detta in paese “Manganella” perché il suo cognome da ragazza era Manganelli (era di Milano): “Manganella” anche perché andava in giro nel paese con il mattarello – che mia mamma ancora l’anno scorso chiamava “maccheronaio” perché ci si facevano i maccheroni -, andava in giro con il mattarello sotto la gonna. Riusciva a nasconderlo bene perché era grassa e bassa, si faceva prima a saltarla che a girarle intorno. Portava il mattarello sotto la gonna perché girava in paese basso e via via mattarellava le amanti del mio nonno, il suo marito: perché le donne lombarde son volitive ma gelose da morire… cioè… da far morir quell’altre!

Il paese era Colle Di Val D’Elsa.  Che, come Bergamo, si divide in “Colle Alta” e “Colle Bassa”. “Colle Alta” è la città vecchia, quella storica che sembra vecchia come il mondo vecchio con il quale è iniziata questa storia. “Colle Bassa” è quella del popolo, con la piazza dove si faceva il mercato e la piazza del popolo e il teatro del popolo e la biblioteca accanto alla chiesa dove sono stato battezzato e sbattezzato: Piazza Sant’Agostino.

Io sono nato lì, a mezza costa, fra la città bassa e la città alta, in mezzo all’ “aringo”. La via dove sono nato si chiamava “via dell’Aringo”: non so come si chiami oggi, nemmeno riesco a trovarla su Google map. Ma “l’aringo” è evocativo: “arengo”, luogo dove si tiene la battaglia. Anche quello è un nome vecchio. Antico. Il nome di una via che sfocia in una piazza, la via da cui comincia la battaglia. Lì sono nato, fra il bastione della città vecchia e il piano. Lì ho vissuto i primi tre anni della mia vita. Lì ho i miei primi ricordi. No!, di più!: lì ho i miei primi sentimenti.

Mia mamma ha conservato per tutta la vita una catenina d’oro: era una catenina mia con un piccolo stemma; il muso della madonna su un lato, liscia sull’alto. Ogni tanto me la mostrava e mi raccontava la storia che quella catenina me l’aveva regalata il paese quando sono nato. Io, non ne ho mai avuto l’effettivo possesso. Una volta, nel suo ultimo anno di vita quando ormai la sintomatologia Alzheimer se l’era già portata via all’ottanta per cento, a cena, mise quella catenina al collo di una bottiglia di vino rosso vuota dopo avermi ripetuto per la milionesima volta quella storia. La bottiglia, con la collanina, è finita nel riciclaggio del vetro. Nella spazzatura. Perché questa fine fanno la fama, l’onore, la gioia: a me, m’ha voluto bene un paese intero quando sono nato. Adesso sono cambiate molte cose, ma ancora qualcuno c’è che si ricorda quando sono nato, che avevo i capelli rossi e ha suonato la banda (mio babbo suonava il basso in fa).

E qualcuno ancora c’è che sa cos’era la “via dell’Aringo”. Qualcuno ancora c’è che è vecchio come questo mondo e gli altri quattromilacento mondi.

Essere nati a mezza costa, fra Colle Alta e Colle Bassa, vuol dire parecchie cose. Vuol dire che sono uno a metà fra l’alto del sublime e il basso del volgare. Vuol dire che “andare” è salire o scendere ma mai un orizzonte. Per questo il mio mito è la route sixtysix che è solo e soltanto un puro orizzonte. La farò, quando avrò settant’anni: affitterò una moto ed andrò da New York a Frisco: dopodiché ho fatto tutto e posso anche morire.

Ho fatto tutto: l’altalena sotto i bastioni della città vecchia. C’era un ulivo. Tre anni fa c’era ancora, piccolo, secco, striminzito: ma a me quando avevo due anni sembrava un baobab. Mio babbo mi aveva messo uno spago a cavallo di un ramo e io ci facevo l’altalena. “Salire” era quello: andare verso Colle Alta, incontrare quell’ulivo ai piedi del bastione e dondolarmici.

Tutti abbiamo la memoria della sensazione dell’altalena: c’è un momento in cui ti slanci verso l’alto e l’orizzonte è il cielo. È una forma di volo. C’è anche un momento che l’orizzonte è il suolo ma è sempre una forma di volo: è… “planare”. Salire verso Colle Alta era volare.

Ho sempre cercato di salire ma soffro di vertigini e più invecchio e più diventa grave. Quest’anno, in autostrada fra Palermo e Catania, sono svenuto due volte: se guidavo io, ero morto. Alla Torre del Mangia di Siena sono salito una sola volta nella vita: avevo cinque anni e mio padre mi ha dovuto far scendere in braccio. La prima volta che mi sono accorto di questa patologia, o, meglio, della sua gravità, ero già grande: avevo poco più di vent’anni. Siamo andati in sette con sei moto dalla Toscana alla Calabria, costa ionica: sono uscito all’uscita di Lauria, ero il primo della fila quindi alla fine della rampa ho incavallato la vespa per aspettare gli altri; mi hanno trovato svenuto dall’altra parte del guardarail. La prima volta che ho fatto Bologna-Firenze di giorno, sono svenuto sei volte: facevo il viadotto, mi posteggiavo nell’area di sosta ed era buio. C’ho messo otto ore. Invece, l’aereo non mi fa niente. Per me, è più facile andare da Pisa a Lisbona che da Firenze a Bologna. (Sarà per questo che mi piace tanto il Portogallo e i suoi poeti?)

Salire è volare. Ma scendere è cadere.

Il passeggino è sfuggito di mano alla mia mamma. Io andavo a una velocità che, allora, mi pareva impressionante ma non era la velocità a farmi paura: era che alla fine dell’Aringo c’era una curva con un muro e io non sapevo come… “guidare” il passeggino. Sapevo che non avrei saputo girare: ma avevo un piano. Mi sarei buttato! Sarei arrivato vicino al muro e mi sarei gettato dal mezzo buttandomi sulla sinistra. Ho saputo solo alcune decine d’anni dopo che, così facendo, in verità avrei… “guidato” il passeggino facendogli fare una svolta a sinistra non so se sufficiente per non schiantarmi sul muro, ma comunque il mezzo avrebbe girato. Purtroppo, a due anni non avevo ancora delle nozioni di fisica. Sentivo le grida delle donne dietro che dicevano: “piglialo, piglialo, agguantalo”… ma agguanta di che!! A me non m’agguanta nessuno! Se me la cavo, me la cavo da me. Per questo avevo fatto un piano in… quanti secondi? Quanti secondi è durata quella discesa, quella… “caduta” prima che mia madre riprendesse possesso del passeggino (e quindi anche di me)? Ma insomma, me la sarei cavata.

Perché il mondo è vecchio ma io sono, ormai, un vecchio universo.