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"Un'altra gioventù" di Piero Fabbrini

Scritto e detto Ragionamento su: “Un’altra gioventù” di Piero Fabbrini

Capitolo 2.

L’altra cosa sorprendente di questo racconto è che l’apparenza inganna sempre. TUTTA l’apparenza inganna. Fin dal titolo: “Un’altra gioventù” sembra un titolo nostalgico, vista l’apparente collocazione storica, ma non lo è. Cioè, lo è il titolo ma non si troverà, all’interno del racconto, accenno di nostalgia o il richiamo all’idea che “si stava meglio quando si stava peggio”, anzi. La narrazione è pervasa da elementi violenti e luttuosi (guerre e morti) che rendono tutt’altro che appetibile quella gioventù lì della quale si racconta.

La “gioventù” del titolo è “un’altra” perché è “diversa”; diversa da cosa? Non solo diversa dalla gioventù attuale, di cui veramente si sa ben poco dal momento che la contemporaneità è assai difficile da pensare, ma diversa anche da ogni altra gioventù (compresa quella dell’autore stesso). Piero Fabbrini conosce e ri-conosce almeno quella diversità.

Il titolo è un trucco al quale l’autore ricorre per produrre la (falsa) idea della nostalgia essendo strutturato a partire dal calco fonico de “La meglio gioventù”[1] di Pier Paolo Pasolini. Entrambi i titoli sono infatti settenari tronchi con accento tonico maggiore sulla seconda sillaba: appunto, un calco fonico. È proprio l’eco del titolo che, per associazione, evoca il senso nostalgico e mitico di “quella” gioventù: i giovani pasoliniani e quelli fabbriniani sono infatti coevi ma ben diverso e, per certi versi opposto, è il significato di “quelle” due gioventù. Quello che marca la differenza è il contenuto delle due opere: in versi l’uno, in prosa l’altro ma entrambi accomunati dallo scarto linguistico rispetto alla lingua standard nel ricorso al dialetto e al vernacolo.

Il titolo è l’equivalente della “civetta” dei giornali: serve per farli vendere. Lo stesso è per il titolo del libro: è ingannevole, pubblicitario e tranquillizzante perché lo colloca (apparentemente) in un àmbito narrativo tradizionale. Se ne vuol nascondere l’originalità perché il contesto in cui viviamo è conservatore: il nuovo spaventa sempre. Produciamo, più o meno inconsapevolmente, degli anticorpi contro la novità: è una reazione alla paura, che è il sentimento predominante nella società in cui viviamo. Facciamo censura su noi stessi, in termini psicologici si direbbe “rimozione”, per esorcizzare la paura del presente. Piero Fabbrini aggira questa paura e questa censura, evita le opposizioni conservatrici mettendo in campo – nel titolo – un bluff. In questo senso esprime una posizione fortemente antifascista, almeno nel senso in cui censura, paura, conservazione eccetera hanno connotazioni di destra che, in Italia, hanno quasi sempre connotazioni fasciste o, quantomeno, autoritarie e totalitarie.

Il bluff del titolo lo si scopre nel corpo dell’opera: vedremo come.

La seconda cosa ingannevole è la genealogia messa all’inizio del racconto. APPARENTEMENTE ha una connotazione informativa. Però l’informazione è assai limitata, come lo è l’elenco dei personaggi all’inizio di un romanzo giallo. Messa in quel punto iniziale, la genealogia non ha la possibilità di essere collegata a niente e quindi la sua portata informativa risulta comunque assai limitata. Però produce l’altra falsa impressione che il racconto sia una biografia familiare, come se l’attenzione si concentrasse sulla famiglia, come se si raccontasse la storia di una famiglia attraverso tre generazioni (che sono quelle indicate nella genealogia). Può perfino darsi che l’autore abbia avuto l’intenzione di farlo: il fatto è che non gli è riuscito, per fortuna.

In realtà, la genealogia è una chiave di lettura: attraverso i collegamenti genealogici non si fa altro che tracciare un percorso di lettura. La genealogia è una mappa, una specie di bussola per orientarsi nel racconto ma è una cosa che il lettore non può sapere subito.

Il fatto è che il racconto di Piero Fabbrini è non solo pieno di personaggi ma perfino intessuto di essi. Certamente, la famiglia c’è ma è solo la trama che lega insieme gli altri personaggi ma, più ancora, i loro eventi come nel tessuto di un arazzo. La famiglia, di cui non sappiamo il cognome fino a pagina 86, è una presenza costante ma non completamente definita. In realtà è una famiglia estesa, formata da una sommatoria di famiglie cellulari: c’è la famiglia di Muzio e Zara (di cui sappiamo il cognome, “Mancini”, a pagina 86), quella di Eugenio e Carolina e, infine, quelle dei loro figli Olimpia e Pietro, Flora e Amleto solo per parlare delle diramazioni più evidenti ma sono solo alcune delle pennellate che l’autore traccia a comporre il proprio quadro.

Il racconto è costruito come un quadro espressionista o, appunto, un arazzo, a nette pennellate più o meno grandi. La prima pennellata è quella di Muzio, con il cui “arrosto girato” si apre il racconto. I primi capoversi raccontano il rito dell’arrosto girato, è focalizzato l’atto non il personaggio. Ora, io non so se quel rito domenicale fosse o meno tipico e diffuso in una Toscana caratterizzata da un ceto sociale e da un periodo; quello che so è che quel rito domenicale lo faceva anche il mio babbo ed io stesso ne ho distinti ricordo risalenti alla fine degli anni ’60[2]. Dopodiché, è certo che le azioni definiscono i personaggi che non sono praticamente mai descritti ma sempre narrati appunto attraverso i loro atti e le loro azioni. La narrazione descrive la persona, come nel principio marxista per cui gli uomini sono le azioni che compiono[3]. Queste micronarrazioni intessono la tela dell’arazzo, sono le pennellate del quadro impressionista che Piero Fabbrini vien tracciando.

Se lo guardate da vicino appariranno forse solo le macchie di colore, ma se appena vi discostate un po’ si può distinguere la figura definita.

A tracciare la trama, il racconto è tutto intessuto di “esplosioni”. Ad esempio:

 

Ora però c’era una novità: le due nipoti figlie della sorella di Muzio erano venute a vivere con gli zii.

Italia, la sorella di Muzio, era venuta a mancare già da oltre due anni e adesso era morto anche suo marito Mario.” (pagina 19)

 

Fra il primo ed il secondo capoverso c’è l’esplosione. L’autore menziona un fatto e, da quella menzione, BAM! si espande, dà ragione di quel fatto, apre un’altra narrazione su altri personaggi e poi altri ancora, come nelle scatole cinesi. Certamente, non tutti i personaggi su cui si aprono le scatole cinesi sono narrati (sottolineiamo NON descritti) con dovizia ma solo per quello che basta a darne ragione delle caratteristiche salienti e dei loro legami con le vicende familiari che rimangono il filo conduttore portante, il fiume al quale affluiscono gli affluenti. Nello scorrere del fiume narrativo, che poi è lo stesso scorrere del tempo storico come vedremo nel prossimo capitolo, via via che si incontrano gli affluenti essi vengono esplorati, ci si inoltra più o meno a lungo nello svolgersi del loro percorso.

Ci sono affluenti che vengono seguiti più a lungo di altri e che, pertanto, rimangono più in mente: ad esempio l’episodio di Elena la Statua. Ma ci sono anche rigagnoli di cui si accenna appena come Vincenzinu o i molteplici personaggi anonimi (uno per tutti quel “qualcuno” di pagina 159 di “quando incrociava qualcuno e lo salutava, i più nemmeno rispondevano e chi ricambiava il saluto lo faceva in modo automatico e frettoloso”).

Le scatole cinese a volte sono solo una a volte, come le matrjoske, molteplici ma nessun filo viene lasciato penzoloni, nessuna storia è inconclusa.

Questo fitto tessuto di trame narrative non è per niente usuale nella narrativa italiana anche recente e rappresenta, perciò, un’altra originalità che si aggiunge all’originale scarsità di descrizioni per dare voce alle narrazioni.

Il tessuto è talmente fitto, il fiume talmente lungo, le pennellate così tante che la stessa differenza fra personaggi principali, secondari, comprimari etc. sfumano largamente. Certo, alla luce di una pur approssimativa analisi delle concordanze dovremmo ritenere Pietro il personaggio principale. Tuttavia, non lo incontriamo prima di una breve apparizione a pagina 28.

Se dovessi articolare una differenziazione fra personaggi distinguendoli in principali, secondari o comprimari sarei in grave imbarazzo. Perché è vero, ad esempio, che Vincenzinu fa solo una breve apparizione fra le pagine 103 e 104 ma la sua storia è estremamente significativa nel contesto storico. Al di là dell’esistenza più o meno reale del personaggio, il dato storico è vero: in ogni compagnia militare c’era quella figura di mascotte. Anche io ho testimonianze dirette familiari (da mio zio Bruno, colto in Grecia dall’8 settembre del ’43 e deportato, dapprima, nel campo di Metz) dell’esistenza della “mascotte”.

Naturalmente, non interessa l’esistenza più o meno reale dei personaggi perché il racconto, nonostante l’apparenza (l’ennesimo bluff dell’autore), NON è un romanzo storico.

Certo, i fatti storici ci sono, la loro presenza è pregnante e son raccontanti con dovizia ma la loro apparizione è sporadica. Sono forse il vero motore della narrazione, la corrente del fiume, ma non sono trattati come nel romanzo storico tradizionale.

In conclusione, “Un’altra gioventù” che appare come un romanzo storico familiare non è davvero né l’uno né l’altra ma, piuttosto, un ben ordito tessuto di molteplici storie a incastro, un quadro impressionista, un fiume che scorre.



[1] Pier Paolo Pasolini, “La meglio gioventù”, Einaudi, Torino

[2] Dico questo per indicare che ciò che c’è veramente “in ogni casa di italiani”, per parafrasare la quarta di copertina, non sono gli album fotografici, lettere etc. Ciò che c’è veramente in ogni casa di italiani è quello che Natalia Gisnburg avrebbe chiamato un “lessico familiare”, appunto riti, esperienze, conoscenze, racconti, tutti quelli elementi, insomma, che con Alessandro Baricco potremmo chiamare “storytelling”.

[3] “L’ideologia tedesca”