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"Un'altra gioventù" di Piero Fabbrini

Scritto e detto Ragionamento su: “Un’altra gioventù” di Piero Fabbrini

Caopitolo 3.

L’originalità formale, linguistica (capitolo 1) e strutturale (capitolo 2), del racconto rischia di mettere in secondo piano i significati del racconto che, presumibilmente, sono il vero motivo della scrittura di Piero Fabbrini. Ne indichiamo alcuni a volo d’uccello per notare, anche qui, la complessa trama, indifferentemente pensata o sentita ma più frequentemente sia pensata che sentita, che traccia l’autore.

È probabile che il primo motore del racconto sia affettivo. Forse veramente la presenza delle lettere dai vari fronti e le foto, alcune delle quali del resto riportate alla fine del libro stesso, hanno segnato con la loro presenza la memoria e l’emozione dell’autore fino al punto da muoverlo ad una narrazione. Questo aspetto c’è ed è forse il significato più apparente, quello più affettivo. Molti personaggi sono ricavati, con ogni probabilità, veramente da una storia familiare se non vissuta in prima persona (data la giovane età dell’autore) almeno certo raccontata nel contesto familiare ed intimo al quale molte volte, del resto, nel corpo del racconto stesso si fa menzione. È probabile che il primo e più originario significato di quest’opera sia qui, nell’afflato affettivo dell’autore che tale affettività intendeva forse effettivamente e prioritariamente comunicarci. Tuttavia non è certo quello più permeante per il lettore, forse interessato alla sensibilità dell’autore per empatia, stima, affetto, curiosità e perfino voyerismo. Di certo, peraltro, questo dell’affettività è un piano semantico pressoché al tutto inattingibile per il lettore.

Più interessante, invece, è il significato che la storia stessa assume nella narrazione di “Un’altra gioventù”.

Intanto, il paese in cui è ambientata la storia è Montevarchi, mai nominato ma riconoscibile attraverso le foto messe alla fine del racconto, i toponimi limitrofi ed i riferimenti precisi alla vita associata (le Stanze, il parco della rimembranza). Questa ambiguità fra latitanza e presenza ha l’ovvio scopo di ampliare i significati del racconto oltre i contesti locali, verso una dimensione più universale.

Ho usato, prima, la metafora del fiume che scorre e la storia ne rappresenta la corrente. Perché è appunto come in un fiume che la storia si presenta nel racconto. Essa è presente sempre, in maniera spesso velata ma ben percepibile fin dagli accenni alla prima guerra mondiale:

 

Mario sopravvisse alla moglie solo pochi mesi, nonostante in guerra avesse dimostrato una fortissima volontà di vivere.” (pagina 19)

Più delle ferite di guerra potè la morte della moglie (…)” (pagina 20)

“(…) e sembra’e du’ crucchi di merda e i’ vostro babbo si rivortola nella tomba che tedeschi l’hanno quasi amma’o in guerra (…)” (pagina 28)

e così via, a pagina 32 in relazione alle associazioni dei reduci di guerra, a pagine 39 nella commovente scena della stazione da cui passa il treno che trasporta la salma del milite ignoto. Sono tutte scene in cui il riemergere della prima guerra mondiale, dei suoi ricordi, conseguenze, traumi si fa permeante e la corrente del fiume della storia è percepibile senza tuttavia che la si racconti o descriva direttamente.

È una presenza, questa della storia, costante nella famiglia e nei personaggi del racconto talvolta indirettamente, attraverso i racconti, ma spesso direttamente nelle vicende dei personaggi stessi. Attraverso i protagonisti delle storie si racconta direttamente la guerra d’Etiopia e la seconda guerra mondiale ricorrendo alle epistole come fonte diretta e testimonianza di prima mano, una vera e propria fonte storica documentaria superflua per gli studi più propriamente storici data l’abbondanza di tali testimonianze ma di grande pregnanza per una storia familiare con i risvolti affettivi di cui abbiamo già accennato sopra.

Altra “grande storia” presente a tratti nel racconto, per così dire “disseminata” è la guerra civile spagnola.

 

Nell’estate dell’anno 1938 partirono dal paese gli ultimi volontari per la guerra di Spagna (…)” (pagina 67)

 

Nessuno dei personaggi principali partecipa alla guerra di Spagna, ma la sua presenza è cospicua ed è a proposito di essa che viene raccontato l’esilio di Bixio fratello di Muzio.

Insomma, una trattazione così “narrativa” della “grande storia” è del tutto degna dell’Elsa Morante de “La Storia” (che l’autore certamente ha letto) e, per di più, tratta un periodo molto più ampio di quello narrato nel romanzo della Morante. Certamente, fatte le debite differenze dato che quello della Morante è un grande affresco e quello di Piero Fabbrini un quadro impressionista, il paragone ci sta tutto.

Un altro grande significato sparso a citazioni e frammenti in tutto il racconto è quello del consenso politico.

 

(…) la voce del duce che indicava con chiarezza e senza tentennamenti la strada che gli italiani dovevano seguire (…)” (pagina 44, sottolineatura mia)

 

(…) se i’ Duce ha deciso ‘osì c’è di si’uro un motivo giusto. Lui ‘un le fa le ‘ose a caso (…) i’ Duce ‘apisce ogni ‘osa (…) lasciamo fa’ ai’ Duce, che lui lo sa i’ che va fatto pe’ i’ bene della nazione (…)” (pagina 66)

 

“(…) il Duce aveva fatto bene a intervenire contro i comunisti Spagnoli (…)” (pagine 67)

 

“(…) salvare la pace che il Duce ha così abilmente costruito a Monaco (…)” (pagina 79)

 

“(…) il Duce il sa ben quel che se deve fa’ (…)” (pagina 80)

 

Solo per citarne alcuni ma potremmo continuare a lungo[1].

Il consenso al potere precostituito raccontato in “Un’altra gioventù” è riconoscibile perfino ai giorni nostri ed evidenzia una debolezza evidentemente storica e tradizionale del popolo italiano. Da un lato c’è l’inerzia dell’azione e perfino del pensiero surrogata dall’uomo forte che sa tutto e che decide tutto per il meglio, dall’altro c’è la paura di discostarsi da quello che, bene o male, è il pensiero comune.

Fra i personaggi del racconto non ci sembra di poter rintracciare un vero e proprio fascista convinto o della prima ora, ma una molteplicità di adesioni più o meno consapevoli, una forma di consenso comune e condiviso nel e dal cosiddetto “pensiero comune” di cui i personaggi sono portavoce. Il tema dell’uomo che sa tutto è una evidente riproposizione della figura del padre in chiave politica ed è a tutt’oggi una forte leva per la creazione di autorità: perché chi sa tutto ha una certa autorevolezza e da qui a passare all’autorità ed al conseguente autoritarismo il fatto è breve. L’autorità è legittima perché è fondata sulla sapienza, questo è il pensiero comune espresso dai personaggi che viene revocato in dubbio, ma assai poco convintamente, a pagina 152 in relazione all’episodio di Piazzale Loreto. È purtroppo un pensiero comune o un valore ben presente, purtroppo, anche ai giorni nostri e certo Piero Fabbrini ha presente questa circostanza. Il consenso politico si produce nel momento in cui sappiamo che qualcun altro sceglie e decide per noi; è, per così dire, una reazione “economica” alla vita associata, il maggior vantaggio con il minimo sforzo. È una reazione tranquillizzante anche rispetto alla paura di sbagliare.

Questa circostanza è ben raccontata in “Un’altra gioventù”. Tuttavia, almeno apparentemente, l’autore non s’impegna in una valutazione negativa o critica di questa circostanza ma è presumibile che il solo fatto di averla evidenziata rappresenti di per sé una critica velata.

Abbiamo già visto, del resto, che dietro ai bluff dell’autore ci sta un senso della presenza di una censura velata che è quella prodotta automaticamente dalla pervasività di un pensiero comune molto simile a quello raccontato da Piero Fabbrini nei passaggi in cui, attraverso varie voci, egli racconta il meccanismo del consenso nei sistemi totalitari.

Di passata, andrà notato il fatto che il popolo italiano non è affatto l’unico per cui valgano quei meccanismi: in un certo modo, pare che esso sia stato valido e lo sia tuttora per tutti i popoli e le nazioni che sono state sottoposte, nel corso del ventesimo secolo, ad uno qualunque dei regimi totalitaria che hanno infestato quel secolo, dalla Spagna al Portogallo ai paesi dell’est (Moldavia, Ucraina, Russia, Romania, Bulgaria etc.). L’idea è che non ci siamo ancora liberati dai totalitarismi, abbiamo anora bisogno del padre esattamente nel senso in cui in Russia, storicamente, lo Zar era chiamato familiarmente “batjuska”, “piccolo padre”.

In “Un’altra gioventù” non ci sono solo i significati “principali” che pervadono tutto il libro ed i cui “indizi” sono disseminati più o meno a macchia di leopardo, ma ci sono anche i significati che possiamo chiamare “minori” perché hanno a che fare con personaggi o racconti specifici. Per esempio la tragedia umana ed esistenziale di Elena la Statua che si uccide schiacciata dalla contraddizione fra il dovere sociale del matrimonio e l’orrore del contatto umano: essa vede l’abbandono del fidanzato come una sconfitta esistenziale e, da questa sconfitta, viene ab-battuta. Eugenio, a sua volta vittima del senso di colpa, ne sposa la sorella. Tutto l’episodio è una critica forse spietata alla convenzione matrimoniale almeno di quel mondo storico narrato nel racconto. È un’analisi esistenziale, ma è solo uno degli episodi significativi fra i molteplici raccontati.

Di sapore affine è il racconto della chiusura della ditta di famiglia e che dire della figura umanissima e commovente di Vincencinu che vive e muore chiamando la mamma o della storia di Guido da Figline.

Sono tutte storie, e ce ne sono tante, che non sono finalizzate alla definizione di un unico significato complessivo ma hanno senso di per sé, ognuna di esse potrebbe essere un racconto a parte: sono tutte le storie raccontate in quelle che più sopra ho chiamato “scatole cinesi” e che sono “minori” o “accessorie” solo perché ognuna potrebbe essere raccontata come una storia a sé e continuerebbe a mantenere il proprio senso autonomo, un senso perlopiù esistenziale ed umanissimo che potremmo chiamare “metafisico”.

“Un’altra gioventù” si muove, infine, fra alcuni significati complessivi i cui ìndici sono disseminati come tasselli in tutto racconto, e sensi “parziali” o “locali” che rappresentano significati “minori” ma comunque complessi pur se chiusi in se stessi, nelle microstorie dei personaggi “minori”. Questa oscillazione è segnalata anche dall’articolazione delle figure narranti di cui abbiamo parlato prima (narratore onniscente interno o extradiegetico o mimetico e assente come nel discorso diretto).

 

I significati e la struttura di “Un’altra gioventù” sono ben più articolate e complesse di quanto una qualsiasi semplice definizione di genere può indicare. Certamente, non sono definiti più che assai parzialmente dall’idea del racconto come una “biografia familiare”: “Un’altra gioventù” è ben di più grazie e, forse, nonostante le intenzioni dell’autore. “Un’altra gioventù” è un racconto se non esemplare quantomeno mirabile, molto stratificato, da poter leggere parecchie volte sempre scoprendone nuovi e diversi significati e passioni di tutti gli italiani. Infine, “Una nuova gioventù” è una storia nazionale da portare sull’isola deserta in caso di naufragio più per la varietà, originalità e stratificazione dei pensieri e delle passioni che induce nel lettore che per la memoria storica di un sempre immemore paese e dei suoi disgraziati abitanti.

 



[1] Pagine 82, 87, 93, 94, 99, 122, 161, e 152 nello specifico in merito a Piazzale Loreto.