30 anni
Ad Alessandro Innocenti
Eravamo giovani. Era il 3 novembre 1983 e noi eravamo compagni di scuola.
Ho già scritto, una volta, che tutto dipende dai sogni: eravamo giovani e quindi è naturale - sta nell'ordine naturale delle cose - che anche noi sognavamo, come i nostri coetanei di allora e come quelli che oggi hanno la nostra età di allora.
Quel giorno avevamo entrambi diciassett'anni.
Eravamo insieme a casa mia - non so perché, ma capitava spesso di frequentarsi così, amenamente, abitando lo stesso quartiere come vicini di casa e compagni di classe a scuola.
Non so esattamente cosa sognavamo: però si conversava. Forse con una birra in mano ma quello che conta non è "cosa" sognavamo: quello che conta è il fatto stesso che sognavamo e che ci scambiavamo i nostri sogni, se ne parlava.
Quello che chiamo "sogno" era poi solo la speranza, un'idea di vita, come avremmo voluto essere, cosa avremmo voluto fare.
L'importante non era neanche che sognavamo - desideravamo, facevamo progetti per la nostra vita -: l'importante non era che sognavamo, ma che ne parlavamo. Eravamo una società!
La società de li magnaccioni che bevevano birra invece di vino - ma insomma la sostanza è quella.
Volevamo fare gli artisti. Tu sei un genio della visione, secondo me: tu non pensi! Le tue mani lo fanno per te: e questo è una specie di miracolo, una cosa che qualcuno - ho capito dopo - qualcuno chiama "talento". Qualsiasi cosa tocchi diventa un ultra: se disegni appare un sogno, se modelli la terra appare una descrizione d'un pezzo di mondo. Artista - artigiano. Accade con qualsiasi materia ti trovi fra le mani - sia la grafite del lapis, la creta o il legno. Fra le tue mani la grafite, la creta e il legno non sono grafite, creta e legno: sono un'idea!
Anche allora, il 3 novembre 1983, era così: non lo sapevo in modo così evidente come adesso lo dico e forse tu non lo sai nemmeno adesso.
Io... ero io lo stesso, con le parole fra le mani e non sapevo che farci - non lo so neanche adesso.
Però avevamo un'idea confusa dell'arte. Ma mi piaceva scrivere - ti piaceva disegnare. Avremmo desiderato fare quello che ci piaceva nella vita. Questo era il sogno - il desiderio, il progetto. Di questo parlavamo.
Avevamo idee grandiose, come deve avere chi ha diciassett'anni.
Idee che non avevano capo né coda, idee senza gambe. O, almeno, così ci è sembrato nel momento in cui dovevamo davvero scendere in campo - di lì a pochi anni.
Quel giorno, il 3 novembre 1983, ci siamo fatti una promessa.
"Ci vediamo fra trent'anni e facciamo il punto": era questa la promessa. Era come nascondere sottoterra un cofanetto coi nostri oggetti che ci rappresentavano allora e riaprirli dopo trent'anni. Era come organizzare una cena di classe con trent'anni di ritardo. Era come una cosa così. "Facciamo il punto fra trent'anni".
Fra trent'anni era oggi!!!
Ma oggi è che siamo semioccupati, poveri: io addirittura disoccupato senza una lira in tasca.
Perché poi, alla fine, tu non hai fatto lo sculture e io non ho fatto il poeta - e questa affermazione è TOTALMENTE falsa. Perché in tutti questi anni (30) mai tu hai smesso di modellare la creta e mai io ho smesso di scrivere (e dire) versi. Non ne abbiamo ricavato un reddito - questo è vero. Ma quando c'è questo demone dell'arte - qualunque forma assuma; visiva, plastica o sonora -, quando c'è questo demone non ha nessuna importanza che ci si ricavi un reddito o no; tu modelli la creta perché devi farlo, fa parte di te, non si può evitare, e io devo scrivere comunque - non posso farne a meno. Per non modellare la creta tu dovresti essere diverso da come sei, diverso dal mio amico - e questo non lo vorrei. E io anche: per non scrivere dovrei essere diverso da ciò che sono, un tuo amico.
Però io non vorrei essere diverso e non vorrei che tu lo fossi: nonostante i lavori precari, nonostante la disoccupazione e la povertà, nonostante la semioccupazione e - ancora - l'incertezza del futuro.
Perché, alla fine, non abbiamo - forse - realizzato i nostri sogni: ma, in questi ultimi 30 anni, abbiamo vissuto! Abbiamo vissuto, amato, combattuto per venire a capo del mese. Abbiamo pensato, abbiamo "patito" - nel senso che abbiamo avuto delle passioni. (Tu anche un figliolo che è qualcosa di enorme: io troppo vigliacco!)
Abbiamo vissuto d'altro - che non era la nostra arte. Però, neanche questo è vero. Non ci siamo campati, non abbiamo fatto i soldi scrivendo o modellando creta: però abbiamo scritto e modellato creta!
Questo ci ha tenuto in vita almeno quanto lo stipendio per pagare l'affitto!
E dopo trent'anni... siamo vivi! Ben vivi! Forse i nostri sensi e i nostri pensieri si sono acuiti, forse siamo diventati più cinici o più seri o più delusi o più appassionati: però siamo vivi.
Siamo!
Ci siamo!
Non ci siamo incontrati davvero il 3 novembre 2013 però non c'era bisogno perché non ci siamo mai persi di vista davvero. Tu hai sempre saputo come ho vissuto, cosa ho pensato e provato - gli amori, le delusioni, l'abbandono - e io anche. Non avevamo bisogno davvero di vederci il 3 novembre perché eravamo insieme a cena la settimana prima. Quindi sappiamo tutto di noi. Sei la persona che sa più di tutti su di me - forse persino di me stesso. Non c'era bisogno di vedersi davvero: ma io mi sono ricordato. E ti scrivo questa lettera per ricordartelo.
Non c'era tanto da dire, a questo appuntamento: solo che ti voglio bene, amico mio!